Non so perché ogni volta che vado a vedere il Giro d’Italia va a finire che mi commuovo. Forse perché amo troppo questo sport e questa gara e vederla dal vivo ha qualcosa di straordinario che le riprese televisive ti negano inesorabilmente, nascondendoti il vero volto dei corridori, la sofferenza e la fatica di arrivare all’arrivo non fra i primissimi.
Un po’ forse sono sadico io che vado sempre alla ricerca delle tappe dolomitiche, che mi posiziono sul punto più duro dell’ultima salita e li aspetto lì, vedendoli sfilare uno dopo l’altro. Tutti. Perché per me non è possibile andare a vedere il Giro d’Italia e muovermi prima che la macchina di finecorsa sia passata, e mi fa una rabbia immensa la maggior parte della gente, che dopo il passaggio dei primi se ne va. Mi pare una mancanza di rispetto immensa verso chi ancora sta salendo con tanta fatica e si vede il pubblico andarsene tante volte senza uno sguardo e senza un applauso. E magari fino a mezz’ora prima eri in testa a tirare come un disperato per il tuo capitano per farlo vincere, eri lì a portare borracce, a cedergli la ruota in caso di foratura, ad aspettarlo quando deve fare pipì e rientrare in gruppo senza troppa fatica.
Domenica Contador ha detto che è stata la tappa più dura della sua vita. A sentirla così poteva sembrare un’esagerazione, ma a vedere il passaggio su una delle ultime rampe del Gardeccia ci si rendeva conto che non lo era affatto. Piancavallo, Cibiana (che pure ha qualche rampa dura), il durissimo Giau, la terribile Marmolada da Caprile ed infine il Gardeccia (che Moser ancora se lo ricorda bene dopo 30 anni…): sembra una via Crucis più che una corsa ciclistica.
Il Gardeccia l’ho conosciuto l’anno scorso ma da anni volevo andarci. A farlo in bici è stato durissimo, però era una mia piccola sfida, come il Gavia, come il Mortirolo, come lo Zoncolan. È più corto, ma direi che è nella top ten delle salite più dure che ho fatto. Parte subito cattivissimo, stretto ma per fortuna asfaltato di fresco (viste le condizioni del manto dell’anno scorso) che ancora con la pioggia esala un odore di catrame abbastanza fastidioso. Sembra di non arrivare più a Muncion, invece è solo un chilometro e mezzo: lì trovi un attimo di respiro, quattro case, prati verdi e tanti spagnoli venuti per i loro idoli (che saranno premiati per la loro lunga trasferta).
Piove appena, ma è tanta la gente che sale, tutta a piedi perché in bici è stato vietato (credo per far passare i bus navetta… l’imprenditoria ha avuto la meglio sulla passione!). Appena fuori dal paesetto fanno una tenerezza assurda due fidanzatini seduti sul muretto a bordo strada, stretti sotto un impermeabile ed un ombrello ad aspettare i ciclisti che transiteranno di lì a due ore, che viene voglia di fermarsi e dire loro “ma quanto belli siete!”.
Il Vajolet me lo ricordo per un temporale terribile preso in un’altra occasione (a piedi stavolta) l’anno scorso e quando in cima, dopo un po’ di sole quasi estivo, inizia a tuonare ho un brutto presentimento. Scendo un po’ sotto l’acqua, trovo rifugio sotto le piante e mi diverto a vedere chi si nasconde sotto i tendoni dei chioschi, chi sotto un telo di nylon, chi molto meno romanticamente nei bagni chimici (e sinceramente preferisco l’acqua sotto un pino che quell’odore nauseabondo!).
Trovo un pino più grande degli altri in un punto in cui si vede la strada, trovo un po’ di compagnia e una radio con gli aggiornamenti e aspettiamo. Siamo su una rampa dura (è difficile il contrario sul Gardeccia) e passano piano. Nieve, Garzelli a denti stretti, Contador agilissimo, Nibali e Scarponi, Rujano e via i primi 20.
La gente comincia a scendere. Loro cominciano a salire sempre più lentamente, arrancando. So che non sarebbe sportivo, che non sarebbe giusto, che si falsa la classifica, che ci sono mille motivi per non farlo, ma se non sei lì che li vedi non puoi capire. C’è chi te lo chiede con un filo di voce, ma per lo più sono gli appassionati che si muovono a pietà, perché si tratta proprio di un gesto pietoso, perché è uno strazio vedere come salgono quasi a zig zag: le spinte fioccano abbondanti, i primi dopo qualche metro dicono ”ok, può bastare”, gli ultimi di chiedono “ancora”. E quando ti dicono ancora capisci che è un piccolo grande dramma umano, un professionista che ti chiede una spinta è veramente finito, non alla
frutta ma di più. Solo se vai in bici ed hai fatto una crisi terribile puoi capire cosa vuol dire.
Chiudo la macchina fotografica e applaudo chi viene spinto: non è assurdo, è assolutamente umano e non posso non commuovermi. Spingo anch’io senza rimorsi di coscienza di alcun tipo e cerco di incoraggiare un po’. L’ultimo, la maglia nera, ha sempre un ruolo di spicco nell’immaginario dei tifosi di ciclismo. È il più umano, il più vicino alla gente. Ma in questa occasione le romantiche lotte per l’ultimo posto fra Sante Carollo e Luigi Malabrocca non hanno niente da spartire, qui mi ritrovo all’improvviso di fronte alla sofferenza più vera del ciclismo. Veste una maglia nera, ma è quella della Garmin, anche se effettivamente è l’ultimo in classifica, ha 33 anni ed è australiano, si chiama Matthew Wilson. E sta piangendo mentre si trascina su, aiutato da un tifoso per qualche metro.
Vedere un ciclista piangere stremato dalla fatica non mi era mai capitato in vita mia e non avrei mai pensato fosse possibile. L’ho spinto fin dove sono riuscito, lasciandolo solo per qualche metro e sperando che qualcun altro capisse il suo dramma. Poi è arrivato un altro tifoso, un altro angelo del Gardeccia che l’ha accompagnato per qualche metro e via fino altro traguardo, tre quarti d’ora dopo Nieve.