Aspettando la Chiamata di Marzo…

21 dicembre 2011

Macano ancora due mesi alla Chiamata di Marzo… Mi capita di pensare ogni tanto quanto tempo manca alla prossima Chiamata, perchè si fa ogni due anni e la cadenza biennale è un po’ particolare. Quest’anno è stato uno degli anni no, anno dispari, però ormai ci siamo.

Spiegare cosa sia la Chiamata di Marzo è difficile se non sei nato a Recoaro, si rischia di fare confusione con altre cose. Per me è semplicemente la festa più bella del mondo, non ce n’è altra di uguale. Eppure mi rendo conto che i motivi per cui mi ritrovo ad affermare una cosa del genere sono un po’ diversi dallo spirito con la quale la Chiamata è nata, nella notte dei tempi…

Per i nostri avi “chiamare marzo” era una liberazione, la fine del lungo inverno che allora sulle nostre contrade, con le case di sasso, i pendii impervi e le strade poco praticabili era davvero una stagione molto dura. C’era da chiamare marzo, e la primavera che portava con sè, per liberarsi finalmente dal freddo, dalle giornate corte per ricominciare finalmente a vivere.

La Chiamata di Marzo come l’ho conosciuta io, pur mantenendo qualche riferimeno a questa tradizione, è soprattutto un riscoprire il paese, riscoprirne gli usi, i costumi, i vecchi mestieri, tutto quel passato che si rischia di lasciare alle spalle e dimenticare per sempre. E’ riscoprire non solo le proprie radici ma anche la propria identità, perchè sì la Chiamata di Marzo è un rivitare le tradizioni, ma c’è il paese attuale che deve tirarsi su le maniche per farlo.

Mancano due mesi, ma mi rendo conto che sono pochi, pochissimi. Vorrei invitare tanti amici, fare loro conoscere un po’ cos’è questa strana festa a cui li invito con tanto slancio e con tanta insistenza. Vediamo se sarò capace di farlo attraverso questa pagine.

 

Un amore chiamato Giro

25 maggio 2011

Non so perché ogni volta che vado a vedere il Giro d’Italia va a finire che mi commuovo. Forse perché amo troppo questo sport e questa gara e vederla dal vivo ha qualcosa di straordinario che le riprese televisive ti negano inesorabilmente, nascondendoti il vero volto dei corridori, la sofferenza e la fatica di arrivare all’arrivo non fra i primissimi.

Un po’ forse sono sadico io che vado sempre alla ricerca delle tappe dolomitiche, che mi posiziono sul punto più duro dell’ultima salita e li aspetto lì, vedendoli sfilare uno dopo l’altro. Tutti. Perché per me non è possibile andare a vedere il Giro d’Italia e muovermi prima che la macchina di finecorsa sia passata, e mi fa una rabbia immensa la maggior parte della gente, che dopo il passaggio dei primi se ne va. Mi pare una mancanza di rispetto immensa verso chi ancora sta salendo con tanta fatica e si vede il pubblico andarsene tante volte senza uno sguardo e senza un applauso. E magari fino a mezz’ora prima eri in testa a tirare come un disperato per il tuo capitano per farlo vincere, eri lì a portare borracce, a cedergli la ruota in caso di foratura, ad aspettarlo quando deve fare pipì e rientrare in gruppo senza troppa fatica.

Domenica Contador ha detto che è stata la tappa più dura della sua vita. A sentirla così poteva sembrare un’esagerazione, ma a vedere il passaggio su una delle ultime rampe del Gardeccia ci si rendeva conto che non lo era affatto. Piancavallo, Cibiana (che pure ha qualche rampa dura), il durissimo Giau, la terribile Marmolada da Caprile ed infine il Gardeccia (che Moser ancora se lo ricorda bene dopo 30 anni…): sembra una via Crucis più che una corsa ciclistica.

Il Gardeccia l’ho conosciuto l’anno scorso ma da anni volevo andarci. A farlo in bici è stato durissimo, però era una mia piccola sfida, come il Gavia, come il Mortirolo, come lo Zoncolan. È più corto, ma direi che è nella top ten delle salite più dure che ho fatto. Parte subito cattivissimo, stretto ma per fortuna asfaltato di fresco (viste le condizioni del manto dell’anno scorso) che ancora con la pioggia esala un odore di catrame abbastanza fastidioso. Sembra di non arrivare più a Muncion, invece è solo un chilometro e mezzo: lì trovi un attimo di respiro, quattro case, prati verdi e tanti spagnoli venuti per i loro idoli (che saranno premiati per la loro lunga trasferta).

Piove appena, ma è tanta la gente che sale, tutta a piedi perché in bici è stato vietato (credo per far passare i bus navetta… l’imprenditoria ha avuto la meglio sulla passione!). Appena fuori dal paesetto fanno una tenerezza assurda due fidanzatini seduti sul muretto a bordo strada, stretti sotto un impermeabile ed un ombrello ad aspettare i ciclisti che transiteranno di lì a due ore, che viene voglia di fermarsi e dire loro “ma quanto belli siete!”.

Il Vajolet me lo ricordo per un temporale terribile preso in un’altra occasione (a piedi stavolta) l’anno scorso e quando in cima, dopo un po’ di sole quasi estivo, inizia a tuonare ho un brutto presentimento. Scendo un po’ sotto l’acqua, trovo rifugio sotto le piante e mi diverto a vedere chi si nasconde sotto i tendoni dei chioschi, chi sotto un telo di nylon, chi molto meno romanticamente nei bagni chimici (e sinceramente preferisco l’acqua sotto un pino che quell’odore nauseabondo!).

Trovo un pino più grande degli altri in un punto in cui si vede la strada, trovo un po’ di compagnia e una radio con gli aggiornamenti e aspettiamo. Siamo su una rampa dura (è difficile il contrario sul Gardeccia) e passano piano. Nieve, Garzelli a denti stretti, Contador agilissimo, Nibali e Scarponi, Rujano e via i primi 20.

La gente comincia a scendere. Loro cominciano a salire sempre più lentamente, arrancando. So che non sarebbe sportivo, che non sarebbe giusto, che si falsa la classifica, che ci sono mille motivi per non farlo, ma se non sei lì che li vedi non puoi capire. C’è chi te lo chiede con un filo di voce, ma per lo più sono gli appassionati che si muovono a pietà, perché si tratta proprio di un gesto pietoso, perché è uno strazio vedere come salgono quasi a zig zag: le spinte fioccano abbondanti, i primi dopo qualche metro dicono ”ok, può bastare”, gli ultimi di chiedono “ancora”. E quando ti dicono ancora capisci che è un piccolo grande dramma umano, un professionista che ti chiede una spinta è veramente finito, non alla frutta ma di più. Solo se vai in bici ed hai fatto una crisi terribile puoi capire cosa vuol dire.

Chiudo la macchina fotografica e applaudo chi viene spinto: non è assurdo, è assolutamente umano e non posso non commuovermi. Spingo anch’io senza rimorsi di coscienza di alcun tipo e cerco di incoraggiare un po’. L’ultimo, la maglia nera, ha sempre un ruolo di spicco nell’immaginario dei tifosi di ciclismo. È il più umano, il più vicino alla gente. Ma in questa occasione le romantiche lotte per l’ultimo posto fra Sante Carollo e Luigi Malabrocca non hanno niente da spartire, qui mi ritrovo all’improvviso di fronte alla sofferenza più vera del ciclismo. Veste una maglia nera, ma è quella della Garmin, anche se effettivamente è l’ultimo in classifica, ha 33 anni ed è australiano, si chiama Matthew Wilson. E sta piangendo mentre si trascina su, aiutato da un tifoso per qualche metro.

Vedere un ciclista piangere stremato dalla fatica non mi era mai capitato in vita mia e non avrei mai pensato fosse possibile. L’ho spinto fin dove sono riuscito, lasciandolo solo per qualche metro e sperando che qualcun altro capisse il suo dramma. Poi è arrivato un altro tifoso, un altro angelo del Gardeccia che l’ha accompagnato per qualche metro e via fino altro traguardo, tre quarti d’ora dopo Nieve.

25 aprile

25 aprile 2011

Oggi è il 25 aprile e ne ho sentite tante.

Che la Resistenza è servita a niente e la Liberazione non è una vera festa perchè ci hanno liberato gli Alleati, fino a che i partigiani erano tutti eroi giovani e belli.

A casa mia di partigiani veri e propri non ce ne sono stati. Mio nonno era renitente alla leva di Salò, ma di divise e fascisti ne aveva già avuto abbastanza e si nascose sul nel “buso” in mezzo al bosco andando a lavorare nei campi di giorno, per aiutare il padre a mantenere i 4 fratelli minori.

Il fratello di mia nonna era prigioniero in Germania e quasi niente abbiamo saputo del periodo in campo di concentramento. Il cognato di mia nonna si unì per un periodo ad un gruppo di partigiani, ma dopo un po’ se ne andò dai parenti in pianura perchè qualcuno faceva più che altro il gradasso con il mitra in mano che seguire gli ideali che animavano molti. La sua futura moglie – la sorella di mia nonna – faceva la staffetta, ma questa è una novità che mi ha raccontato poco tempo fa mia mamma e che non ho mai saputo.

Insomma, di partigiani veri non c’è stato nessuno, ma tutti condividevano i valori della lotta partigiana. Qui in zona la Resistenza era molto presente, ed erano molto presenti anche i tedeschi: ne sono successe di tutti i colori. La confusione che c’è stata in quel periodo è ancora viva nei ricordi che i vecchi ci hanno tramandato.

C’è chi è pronto a dire che i partigiani ne hanno combinate di tutti i colori, e ci sono storiacce  che purtroppo credo proprio siano vere… E di orrori a non finire ci sono ovviamente dall’altra parte.

Come in tutte le cose non c’è il giusto e lo sbagliato, il bianco e il nero, ma una sfaccettatura di realtà che è difficile riassumere in un solo concetto. Mi sono reso conto di cosa sia stata la Resistenza soprattutto dopo aver letto i Piccoli Maestri di Meneghello, e credo che queste quattro righe che mi sono sentito di scrivere oggi sul 25 aprile siano state quanto mai influenzate da quel libro.

A spasso per i boschi

1 marzo 2011

Ogni tanto in pausa pranzo vado a farmi quattro passi in giro per il mio paese, per boschi e sentieri che non avrei mai pensato di andare a fare. E’ un paio di mesi che ho iniziato a farlo, un po’ con la scusa di tenermi un po’ in movimento anche in inverno quando fa freddo, ma in fondo è una cosa che erano anni che avevo in mente di fare.

A dire il vero le stradine del mio paese le ho percorse tutte in bici per anni, al punto che non mi viene in mente un posto dove non sia riuscito a passare in bici (almeno per le strade asfaltate), tuttavia ogni volta un sentiero o una mulattiera nuova hanno un fascino diverso, la novità della scoperta, di un nuovo punto di vista diverso (magari anche se di poco) da quello abituale e proprio per questo regala scorci ed emozioni nuove.

Quando iniziai ad andare in bici, quindici e più anni fa, poco più che ragazzino, mi affascinò proprio questa cosa: prendere una strada che non avevo mai fatto e scoprire cosa veniva dopo, dove portava, cosa permetteva di vedere. Così negli anni in bici ho girato in lungo ed in largo tutte le colline del mio paese e della mia valle ma ancora conservano un loro charme, esercitano su di me un’attrazione particolare quando esco di qualche metro dalla traccia usuale per andare a vedere cosa c’è oltre il ciglio della strada, dietro la curva, oltre la linea d’orizzonte tracciata da un dosso.

In questi due mesi mi sono ritrovato a scoprire alcuni posti in cui non era mai nemmeno andato e che pure mi sono ritrovato a pensare che i miei nonni senz’altro consocevano bene e di cui mi hanno anche parlato, come per l’esistenza di un sentiero che non avevo mai fatto e che a 30 anni mi sono ritrovato a scoprire con la sensazione che può avere un cittadino quando va a fare un’escursione sulla montagna vicino a casa per la prima volta in vita sua.

E proprio una montagna vicino a casa è stata un po’ la protagonista dei miei 30 anni. Le mie montagne le ho girate in lungo ed in largo, ma alla fine ho sempre avuto un po’ un debole per il Pasubio e, quando avevo tempo di andare in montagna, il più delle volte finivo lassù. Così a Montelfacone non c’ero mai stato, se non a meno di 10 anni in seggiovia, ma lo ricordo solo perchè i miei mi hanno mostrato le foto…

Non mi credeva nessuno quando raccontavo che io, lassù, effettivamente non c’ero mai stato. Così un po’ mi ha preso la voglia di colmare questa piccola lacuna e sono finito a salire in un giorno in cui la nebbia regnava sovrana giù in pianura ma andando verso le montagne spuntava una bellissima giornata di sole.

Su è esattamente come me l’aspettavo. Si vede il mondo, Recoaro è là sotto e se lo consoci bene riconosci tutte le contrade, le strade come se fosse una carta geografica. E poi a 360 gradi c’è il mondo: dalla nebbia nella pianura dalla quale spuntano solo le dorsali delle colline della Valle dell’Agno e più lontani i Colli Berici, dall’altra parte le Alpi.

E’ qualcosa di straordinario riuscire a vedere tutte le cime più note nel raggio di un centinaio di chilometro e porterle riconoscere: da una parte il Brenta, nascosto dietro il Carega, ma soprattutto quella successione mozzafiato di Catinaccio, Marmolada, Pale di San Martino fino al “vicino” Grappa.

E siamo solamente a 1600 metri, dalla prima montagna sulla pianura veneta che quando è sereno, la mattina, riesci a vedere Venezia e la Laguna…

La prima primula di primavera

28 febbraio 2011

Succede ogni anno, in un posto diverso, su una stradina sperduta che non passano mai le macchina ma che a me piace fare oppure sulla strada per salire alla mia vecchia casa.

Quest’anno è capitato una domanica mattina di sole di metà gennaio, risalendo una vecchia mulattiera in mezzo ad un bosco. Due passi prima di un fienile.

Cosa ci faccia un fienile in mezzo ad un bosco è difficile da capire se non si è da qui… Per secoli la nostra gente ha strappato prati e terra da coltivare ai boschi per sopravvivere. Vedi le foto di inizio secolo del paese e ci sono molto più boschi di oggi.

Poi sul più bello stop, finito tutto: è cambiato il mondo, non si vive più del campo e della vacca,  il bosco in un attimo si mangia i prati e i campi.

“Qua segavamo, mi ricordo” mi diceva 20 anni fa mio nonno in due o tre posti.

“Là in fondo, dove ci sono i fagari grandi così, c’era un vegnale e si faceva il vigno con l’uva che cresceva laggù sul Brontale” mi raccontava mia nonna. Ora giù nel Brontale è impensabile ci fosse un vigneto: si va solo per legna.

Ora passo anch’io in un paio di posti e penso “Ma le prime volte che passavo di qui c’era tutta erba” o addirittura ricordo un vecchietto con la falce in mano dove ora c’è, appunto, un bosco.

Ecco allora che quel fienile ha il suo senso, non è una follia umana e così altri su per lo Spitz, appena sopra le Fonti. E ormai anche la mia baita fra qualche anno, quando gli zii anziani non potranno più segare, farà quella fine.

Comunque lì sotto, di fianco ad una fessura di roccia scavata da un rivolte d’acqua così insignificante che ti chiedi come sia mai riuscito a crearla, c’era la prima primula del 2011.

Inconfondibile nel suo scialbo color giallo che solo le primule selvatiche possono avere, con un verde smorto delle foglie e un fiore piccolino. Se guardo qua le primule di mia mamma, grandi, appariscenti, brillanti, pare quasi insignificante.

Eppure è il primo segno che la stagione è in crescere e basta in calare, più del cambio del calendario, più dell’allungarsi delle giornate che mi ritrovo a pensare che è primavera. Vabbè, la giornata di sole caldo (per essere gennaio) un po’ è complice in tal senso, fa ancora tempo a nevicare (ed in effetti nel frattempo è nevicato). Ma quella primula è il segnale che la natura si sta risvegliando e sta riprendendo il suo corso verso una nuova primavera e una nuova estate, che ormai non manca più tanto ad una nuova esplosione di colori, di profumi e di vita.

Ricordi di viaggio (2)

2 novembre 2010

In 650 chilometri di avventure e di emozioni ne ho incontrare un bel po’ come immaginerete. Fin dal primo metro, perchè uscire di casa su a Recoaro è di per sè qualcosa di speciale. Dal primo sguardo alle montagne tinte di rosa all’alba, dalle prime pedalate.

Amo la salita di Campogrosso alla follia ed è sempre qualcosa di particolare farla in bici, nonostante la fatica. E’ una salita di quelle che si fanno con assoluto rispetto, ma di cui conosco ogni metro, ogni curva e sembra per questo meno dura di quanto in realtà non sia. Ogni volta però mi dico che dopo le gallerie, mancando un solo chilometro, posso darci dentro e finire di buon passo, quando in realtà mi pianto sempre quando si inizia a vedere il rifugio che è lì, dopo la curva, dopo l’altra e dopo l’altra ancora…

Campogrosso per noi recoaresi è un posto quasi da favola, lì fra il Baffelan e il Fumante, sotto la Sisilla, ci sembra il centro del nostro mondo che da lassù vedi quasi del tutto (quasi perchè c’è sempre qua e là qualche nuvola), da Campodavanti al Baffelan, dal Civillina al Passo della Lora.

Duecento metri e cambia tutto. Anche noi chiamiamo “passo” per antonomasi il Pian delle Fugazzae, ma Campogrosso è semplicemente il confine, un tempo con l’Austria, oggi col Trentino. Passi di là, duecento metri dopo il rifugio, e si apre la Vallarsa con il suo cielo terso che fa così contrasto con i nuvoloni sopra i vaj del Fumante.

Non mi fermo nemmeno a parlare della Vallarsa perchè è una poesia e le poesie non si possono spiegare (o forse un giorno lo farò, qui), ma bisogna saperne ascoltare la musica.

Anche la Val Venosta ha un po’ di poesia, in una pista ciclabile che sale a tornanti in mezzo alla collina fra prati e meli, in un ponte di legno bianco di brina sul quale la ruota della bici lascia il segno, nei meleti a fianco della ciclabile dove ti perdi anche con un ciclocross improvvisato, in una mela addedanta appena colta dall’albero in un passaggio stretto della valle.

Se penso ai giorni successivi mi chiedo come possa esserci stato un così bel tempo quel second giorno, che a Prato veniva voglia di andare a fare lo Stelvio da com’era blu il cielo e splendente la neve lassù.

Malles Venosta l’ho scoperto incantevole, col suo campanile che a mezo boto è l’unico al mondo a battere do boti (che saranno i due quarti d’ora, ma fa tanto strano uguale), di là di un Agide che (come tutti i grandi fiumi vicino alla sorgente) fa impressione per quant’è piccolo, quasi ruscello.

Quel giorno lo ricordo anche per due incubi, l’incubo di una salita che coi suoi strappi durissimi, uno dopo l’altro, mi ha spezzato le gambe e l’incubo di un paese – Landeck – che non arrivava mai. Mentre la statale, proibita alle bici, scendeva sempre lentamente con pendenza a favore io venivo dirottato sui paesini a mezza costa, su e giù per stradine da perdersi per una trentina di chilometri.

In mezzo la pace e il vento del passo Resia e dei suoi laghi. Il placido lago della Muta con l’Ortles sullo sfondo e le sue nevi, dall’altra il più ondulato lago Resia con l’impressionante campanile di Curon che spunta dalle acque, ultimo resto di un paese fantasma sott’acqua.

Di acqua è fatto il terzo giorno. Eppure da Bludenz sono partito che ancora non pioveva, pur col tempo basso e con l’unica prospettiva che era la pioggia che è iniziata a cadere dopo una mezz’oretta. E pensare che quella mattina pedalavo molto bene!

Così fermami a mettere la giacca, fermami a coprire le borse, fermami a mettere i pantaloni, fermami a fermare i pantaloni attorno alla caviglia, fermami al semaforo a scandire bene “va in mona” ad un vecchietto austriaco che ha tentato di investirmi.

E poi quel maledetto lago che pareva nascondersi, finchè non ho trovato lo sbocco del Reno nel Bodensee. Se del Bodensee non ho un bel ricordo (nel senso che l’ho sempre visto mosso e con le nuvole basse), pur piacendomi molto i laghi alpini, del Reno non posso che dire che è stato un amico, un fedele compagno di viaggio fino al suo termine. Sapevo che seguendolo non avrei sbagliato di molto strada fino ad arrivare a Strasburgo, dopo qualche centinaio di chilometri.

Le sue rive e i suoi boschi hanno regalato le emozioni più belle. Ecco che ti trovi in Svizzera in mezzo ad un bosco su un lungo rettilineo e pensi al più celebre dei tratti in pavè della Roubaix. Amore e odio con gli sterrati svizzeri, bellissimi e quasi romantici da fare, nel loro silenzio e nel loro isolamento totale dal mondo, nel loro fango, ghiaino e foglie che a lungo ho maledetto amandoli.

Perdersi in un’ansa del Reno, in un paese che si chiama Eglisau dove c’è un pescatore che riesce comunque a spiegarti un po’ la strada, e ritrovarsi a mangiare un vero calzone siciliano e bere l’unico caffè vero del viaggio pare quasi assurdo. Eppure c’è una grossa fetta d’Italia dappertutto in Svizzera, soprattutto lungo il Reno.

Quasi mi è dispiaciuto lasciarla in quell’ultima sera di viaggio, eppure le campagne fra Rheinfellen e Basilea mi hanno visto in crisi come non mai. il trovare un’altra maledettissima salitella davanti, non dura ma fin in cima alla collinetta, quasi una distanza infinita, mi ha fatto fermare perchè avevo finito le energie mentali prima che fisiche. Ci sono voluti vari minuti per convincermi a ripartire e stringere i denti.

Sono cose che quando ci ripensi paiono sbiadite, la terribile fatica di quei momenti un po’ te la dimentichi, immancabilmente. Per fortuna.

Altrimenti non sarei qua a sognare e progettare già un nuovo viaggio per l’anno prossimo, pensare quando è possibile prendersi i giorni per andare, preparare la bici per l’occasione, sognare una nuova meta e una nuova follia…

Ricordi di viaggio (1)

27 ottobre 2010

In questi giorni ho condiviso con voi una piccola parte del mio viaggio, di solito una ventina di minuti la sera.

Ora voglio raccontarvi via via di quelle cose che avrei voluto raccontare, ma che non ho avuto tempo di scrivere.

Prima di tutto le persone incontrate lungo la strada, che per un motivo o per un altro mi hanno colpito. Prima di tutto i miei amici, che nei giorni prima mi hanno salutato, anche accompagnato alla mia vecchia casa la sera prima scattandomi qualche foto pre-viaggio, qualcuno anche telefonandomi la mattina stessa.

Il richiamo al ciclismo è subito forte, e a Rovereto finisco immediatamente in un negozio di bici, dove lavora il fratello di Sara Consolati. Sara non la conosco e non l’ho conosciuta, ma è bello sentirsi raccontare di una giovane ciclista che si avventura nel meraviglioso mondo della pista.

Il primo giorno riserva anche qualche incontro con ciclisti che per qualche chilometro mi fanno stare in scia, ma soprattutto con una gentile signora a Bolzano dove faccio tappa nel suo bar. Ecco, il toast era anche buono, ma quella maledettissima maionese che sapeva un gusto schifoso e che lei ha insisto che mettessi nel toast (due bustine ovviamente) credo sia stata la causa di una miriade di puntini rossi comparsi (e fotunatamente scomparsi in poche ore) il giorno dopo.

Un pelino meglio è andato con l’albergatrice  di Merano, anche lei gentilissima, tuttavia come cucina non è che avesse gran scelta sebbene mi avesse illuso portandomi un ampio menu, per poi confidarmi che di secondo c’erano solo salsicce (che, come immaginavo, erano wurstel).

L’incontro del giorno però quel giovedì di partenza è stato con un tedesco che per caso ho incontrato in una stazione dei treni prima di Merano, in un paesino di cui non saprei risalire al nome: lui andava verso sud, io verso nord. E pur così diversi e in direzioni diverse, ci siamo capiti perchè condividevamo lo stesso spirito di viaggio. Anche se lui – come tutti i tedeschi – ce l’aveva con le mie coperture sottili. Ah, se sapessero la gioia dei tubolari da 22mm!

Il secondo giorno è stato abbastanza solitario nel sole delle Val Venosta, nelle piste ciclabili lungo l’Adige fin dove nasce al passo Resia e nella terribile strada fino a Landeck. Mi viene da ridere perchè alla fine la persona più “significativa” è stato il capotreno che non voleva farmi salire con la bici per arrivare a Bludenz (ed evitare di prendere le interperie del terzo giorno sui 1800 metri dell’Arlberpass). Sugli intercity in Austria non salgono le bici.

Tuttavia devo essere stato così distrutto da aver mosso a compassione anche l’inflessibilità austriaca, tanto che dopo il “Nein!” deciso iniziale, mi ha detto qualcosa come “sali!” (“e movete rompibale ‘talian” con il sottotitolo in dialetto della sua espressione).

Gli incontri sono poi continuati ancora in Austria, da un’albergratice con marito tedesco che masticava un po’ di italiano, ad un vecchietto di Hohenems che ha provato a mettermi sotto.

Personaggio chiave è un baffuto meccanico di bici di mezz’età di Lustenau, dove mi fermo a comprare un paio di barrette energetiche, un fanalino che avevo dimenticato e poi mi viene in mente di prendere un paio di cinghiette per tener fermi i pantaloni impermeabili sopra la calzamaglia. Lui mi dà una coppia di fermapantaloni in metallo invece delle cinghiette, pensando che siano migliori. Peccato che dopo 2 giorni proprio uno di quei cosi in metallo sia stata probabilmente la causa della mia infiammazione al tendine…

Di François, come l’ho ribattezzatto io vi ho già raccontato, e anche del piccolo Ali e della sua mamma, che ha quel chioschetto col papà a Hochst, che prima o poi tornerò a trovare e a scoprire cresciuto.

E chissà quella sposa che è uscita sabato 16 ottobre alle 4 del pomeriggio da una chiesetta di Costanza sulla sinistra del Reno se è in viaggio di nozze con il suo neomarito…

A Steckborn ho un po’ di persone in testa, dalla gentilissima receptionist di un hotel di lusso che mi ha indirizzato a qualcosa di più abbordabile, alle persone dell’osteria vicino alla chiesa, dove mi pareva di aver fatto un salto dentro un altro mondo parellelo, così distante da quello della Svizzera più o meno turistica che fino ad allora avevo vissuto.

Anche in terra straniera mi sono ritrovato con gli italiani, quasi per caso ad Eglisau con un signore siciliano che mi ha raccontato della sua vecchia Legnano e delle disavventure con i tubolari mentre mangiavo un calzone e bevevo (finalmente!) un caffè (quasi) italiano.

Di Basilea non ricordo incontri, se non le normali segnalazioni per la strada, e un ragazzo francese di St. Louis che si è stupito perchè venivo dall’Italia in bici, dopo avermi indicato un hotel.

Infine, l’ultima persona incontrata lungo la strada, è stata una gentilissima panettiera di Ottmarsheim, che nonostante io non parlassi francese, lei nè inglese nè italiano, ci siamo capiti uguale anche parlando del più e del meno, indicandomi la fine della mia avventura.

Ecco, più o meno le ho ricordate tutte le persone che mi sono rimaste impresse nel mio viaggio, incontri assolutamente casuali e assolutamente improbabili da ripetere per tutto il resto della vita. Volevo ricordarle qui, per non dimenticarmene per sempre di loro e dei loro sorrisi ad un povero ciclista.

Il sapore di casa

26 ottobre 2010

Erano anni che non stavo via da casa, all’estero, per un paio di settimane, forse dall’ultima volta che ero stato in Belgio, nel 1997.

Così inizi a sentire profumo di casa quando ti lasci alle spalle le pianure e le zonde ondulate del Belgio e della Francia, dove non si vedono che dolci colline all’orizzonte, entrando in Svizzera.

Alpi, montagne, lineamenti e pronunce più dure. Chi l’avrebbe mai detto che sentire il tedesco mi avrebbe fatto sentire un po’ a casa? In fondo mi sento per cultura e mentalità più vicino ad un tedesco (o, nel caso, uno svizzero) che agli altri popoli latini. Sarà che da noi si parlava tedesco fino all’Ottocento, che eravamo Austria, che le montagne lì dietro casa ci portano in un attimo di là delle Alpi…

Viene un po’ da ridere che anche la tastiera tedesca che ho usato per mandare le mail agli amici sia molto più vicina alla nostra rispetto a quella francese, che è una babele di lettere e segni di punteggiatura che paiono buttati lì a caso, come i numeri dal sacchetto della tombola.

Zurigo e Chivasso passi per Bellinzona, Lugano e qualche meravigliosa valle alpina che intravedi per il finestrino; con la neve fresca lì a due passi, gelata sugli alberi che pare brillare al sole di fine ottobre. E ti senti davvero a casa, perchè finalmente sei in montagna, è autunno e c’è la prima neve: basta cielo scuro che in un attimo si apre, basta pianura a perdita d’occhio, basta linee lunghe e lente all’orizzonte.

Poi Milano ti frega di nuovo. Pianura Padana e stazione centrale. “Fassista, funerea ma anche fassinante, come una cattedrale antica” mi viene in mente Marco Paolini mentre cammino sul marciapiede del binario per andare a prendere il biglietto.

Erano correspondances in Svizzera, qui sono solo coincidenze visto che il treno è in ritardo di mezz’ora e non riesco a prendere la coincidenza per Vicenza.

Milano C. (che è Milano Centrale e non Milano Cattedrale per restare in tema di teatro) è oggi un misto fra lo stile fascista che mantiene ancora nei mosaici con tanto di fascio che tuttora persistono e stile sobrio e moderno nelle biglietterie (che – solo qui – distano chilometri dai binari) e nei lunghi tratti di tapis roulant. Pensi a Zurigo HB, così impressionante e bella, aperta lungo i fianchi che arrivi in treno e ti si affiancano le macchine e i tram, e quasi ti viene da ridere.

Poi è la solita tiritera di Pianura Padana che di casa fa così poco, almeno finchè non arrivi a sentire nomi familiari: Desenzano-Peschiera-Verona.

A Verona comincio ad agitarmi, chiudo il libro (che ormai leggere in inglese mentre inizio a respirare dialetto mi pare fuori luogo), preparo i bagagli per scendere e mi incollo al finestrino. E’ nuvolo, le montagne lontane si intravedono appena. Questa è la valle dell’Alpone, questa è quella del Chiampo e si intravede la neve sul Carega.

Passo Montebello e il vago odore di conceria, Nogarole e costone del Faldo lasciano spazio al più bello spettacolo del mondo, a quello che davvero è aria di casa e ti dice che sei finalmente arrivato, dopo tremila chilometri di viaggio, un po’ in bici e il grosso in treno.

E’ tutto nuvolo ma lassù, dove c’è la neve a imbiancare Pasubio e Carega, batte un raggio di sole che pare non essere lì per caso e come mille altre volte pensi che daresti chissà che cosa per essere lassù in quel momento a goderti lo spettacolo.

Non c’è quel sapore di casa nemmeno (ma quasi…) quando scendi dal treno, vedi la prima bici italiana che ha finalmente un cambio Campagnolo e un borsellino Cicli Cornale. Parti e non ci sono più le piste ciclabile, i pedoni hanno paura ad attraversare sulle strisce, le macchine non danno la precedenza e mille altre cose.

Però vedere per un attimo quei quattro sassi lassù ti fa sentire a casa come nient’altro al mondo, e quanto senti la bimba dietro di te sul treno – tutta presa da imparare a tracciare le prime lettere di una lunga carriera scolastica – esclamare “Mamma, guarda che bello là” ti verrebbe voglia di girare e dirle “quella là è casa mia!”

Viaggio in Belgio – quinta tappa

19 ottobre 2010

Il mio viaggio finisce alla Gare Centrale di Mulhouse, una cittadina della valle del Reno poco dopo Basilea.

Partendo da St. Louis la quinta mattina subito sento un dolore al tendine d’Achille sinistro, la gamba non gira per niente e c’è pure un cielo cupo come i giorni precedenti allietato da un po’ di vento freddo contro. Alla fine sperduto in mezzo alla campagna dell’Alsazia sono demoralizzato come non mai, ma è più che altro il dolore – non lancinante ma fastidioso – al tendine a farmi desistere.

Decido che è meglio non rischiare una tendinite solo per compiere l’impresa che mi ero messo in testa: arrivo al paesino di Ottmarsheim dopo qualche chilometro di campagna, boschi e foschia che sale dal Reno. Qui mi fermo ad un incrocio, non so dove andare, entro nella panetteria.

In questo viaggio mai le barriere linguistiche (parlo due acche in croce di tedesco e zero di francese) hanno rappresentato un vero problema ed in questo caso men che meno. La signora è gentilissima: mi spiega come arrivare a Mulhouse, dove li dice c’è la ferrovia per Strasburgo. Mangio un croissant e bevo una bibita, mentre riusciamo anche a scambiare due parole, come se parlassimo la stessa lingua.

Poi riparto ed imbocco gli ultimi rettilinei ondulati fra le piante, un paesaggio caratteristico di questo viaggio ed in fondo diverso da quello a cui sono abituato (e che devo ammettere non è che mi entusiasmi molto, più di qualche volta ho ripensato a casa, alle mie montagne, alle valli e alle colline: tutt’altra cosa!). Il colmo è che appena lascio la riva del Reno spunta il sole, si apre il cielo in un po’ d’azzurro come mi aveva pronosticato la signora, dicendomi che li’ piove sempre mentre a Mulhouse era probabile ci fosse il sole. Chissà se ha capito che anch’io a Recoaro vivo questa situazione identica, nei confronti della bassa valle dell’Agno…

Arrivo poi a Rixheim (per oltre 100km i paesi finiscono TUTTI in heim!) e leggere sulla tabella di ingresso paese che sono gemellati con San Vito al Tagliamento mi riempie il cuore: qui hanno sentito parlare ancora in dialetto veneto!!! E li sento un po’ a casa, tanto che la tentazione di gridare “va in mona!” al primo passante è forte, giusto per far capire da dove vengo…

Alla stazione decido di prendere il treno per Strasburgo e passare li’ la notte: andare direttamente in Belgio mi farebbe arrivare tardi e so che nessuno potrebbe venire a prendermi in stazione e dovrei arrangiarmi in bici in una zona che non conoco.

Il tendine continua a far male e lo fara’ anche nel pomeriggio mentre passeggio per Strasburgo in gita turistica (e continua a far male ora: ho fatto la scelta giusta, almeno quello :D). Nel frattempo mi sono scontrato con un problema che da una settimana attanaglia la Francia: “greve” dei trasporti. Sul momento non me ne rendo nemmeno conto… Torno in stazione dopo essermi sistemato per prendere il biglietto per l’indomani e scopro sta cosa… Nessun treno per Bruxelles.

A quel punto metto in moto l’ingegno: vedo che i treni regionali sono garantiti come servizio minimo. Entro in un internet point e cerco sul web gli orari dei treni tedeschi: visto che siamo sul confine penso di aggirare il problema passando per la Germania. Niente, anche passando da Saarbrucken è un casino; ci sono molte ore e trasferimenti, un tratto pure in bus.

Non so come mi viene l’illuminazione. Ricordo che in stazione c’erano treni per Nancy (che era una delle tappe del mio viaggio): tramite il sito delle ferrovie francesi trovo un treno che arriva li’ e uno che riparte per il Lussemburgo. In stazione mi confermano che è l’unica soluzione (sentirsi un genio gratifica più che viaggiare per centinaia di chilometri in bici :D)

Cosi’ oggi sono arrivato a destinazione, con minimo sforzo e leggendo un divertente libro in inglese preso in stazione per passare il tempo. Nei prossimi giorni, magari la settimana prossima, vi faro’ un resoconto di quest’avventura che comunque è stata meravigliosa, raccontandovi magari qualcosa che la fretta e le tastiere tedesche e francesi mi hanno fatto tralasciare.

Viaggio in Belgio – quarta tappa

17 ottobre 2010

Scrivere da una tastiera francese è quasi impossibile, non c’è un tasto giusto che sia uno… quindi saro’ breve!

Oggi è stata la giornata piu’ dura; contrariamente agli altri giorni stavo bene la mattina e sono un po’ crollato nel pomeriggio, ma in qualche maniera mi sono trascinato fino a Basilea e oltre, fino al primo paesino dopo il confine franco-svizzero.

Aggiornando il discorso delle piste ciclabili di ieri ho dimenticato il terzo ingrediente scoperto oggi: le foglie. Le mettono esattamente dopo aver steso fango e ghiaino. Ancora non le ho sperimentate nella variante scivolosa…

Eppure stamattina a pochi chilometri da Sciaffusa ho provato una delle piu’ belle emozioni del viaggio: improvvisamente è arrivata la Foresta di Arenberg (e chi ha sentito nominare la Parigi-Roubaix capira’…): rettilineo sterrato come una pista ciclabile svizzera; lungo a perdita d’occhio, di fianco solo alberi altissimi. Sperduto in qualche parte prima di Sciaffusa; nel nulla quasi… ritrovando i prati è comparso l’unico raggio di sole di questi due giorni: non importa se nella direzione sbagliata (da dove venivo, non dove andavo…).

L’odissea del tardo pomeriggio è andata, anche se sembrava una maledizione: gambe che non andavano, morale a terra, strada dubbia, e con tutto cio’ è cominciato a piovere…). Ora vado a guardarmi il meteo verso Strasburgo, ma temo sara’ sempre lo stesso…

166km 7 ore e 42 minuti